L’informatica è nata Donna

L’informatica è nata Donna

25 Aprile 2020 0 Di Sabrina Lugetti

Il 25 aprile cade, oltre che l’anniversario della liberazione, anche la Giornata Internazionale delle Donne nell’ICT (Information and Comunication Technology).

Personalmente non ritengo che questa dovrebbe essere una ricorrenza a cui riservare delle celebrazioni, in quanto l’approccio e l’utilizzo di qualsiasi tecnologia trascende i generi; eppure nonostante il calendario mi dia conferma ogni giorno che ci troviamo nel ventunesimo secolo mi trovo a riconoscere che sia un bene che questa giornata si stata indetta, così da ricordare e rendere consapevoli tutti che questa accessibilità esiste, e che non ci sono caratteristiche biologiche che impediscano a chi che sia di farne uso.

Trovo atroce l’idea che vengano ancora poste riserve riguardanti l’abilità di usare una tecnologia o di apprendere una qualunque materia scientifica da parte di un segmento della popolazione, eppure questo stereotipo ancora sussiste e di conseguenza tutti gli atteggiamenti limitativi che lo alimentano.

Questo concetto è però molto diffuso; non dimenticherò mai il momento in cui, durante il mio primo anno di università, al corso di informatica, il docente in cattedra non si fece remore a condividere con la classe la sua convinzione che le donne non sono in grado di apprendere materie come la matematica e l’informatica, perché semplicemente non è un’abilità che possiedono.

Ricordo anche che i voti dell’esame del doppio modulo del suo corso furono i primi due trenta e lode che ottenni nella mia carriera universitaria. Non sono un genio della matematica, e nemmeno una smanettona del computer. Sono andata all’università per studiare giornalismo, ma questo non significa che non possa essere in grado di apprendere anche dell’altro.

Forse al mio prof dell’epoca – che mi ritrovai, ironia della sorte, in veste di presidente di commissione alla tesi, dove presentavo un lavoro di ricerca sulla migliore abilità delle donne nell’utilizzo di internet (OPS) – non era a conoscenza del fatto che l’algoritmo su cui si basa il linguaggio di programmazione fu ideato proprio dalla nostra beneamata Ada Lovelace, in modo del tutto teorico e un secolo abbondante prima che una qualsiasi macchina di calcolo venisse anche solo costruita.  Ma Ada non è un’eccezione alla regola, quanto piuttosto un’eccellenza perché le donne che, avendone la possibilità, si sono occupate di scienza nel corso della storia hanno, spesso portato a compimento grandissimi obbiettivi, ergendosi al di sopra della media e dimostrando a più riprese che non c’è nulla che non si possa apprendere se ce ne viene data l’opportunità.

Il problema con questo tipo di materie è infatti sociale e non intellettuale, è il pregiudizio (quello perfettamente espresso dal mio professore) che ascrive una condizione completamente inventata che vede le donne incapaci di apprendere concetti scientifici e le dipinge più votate a materie classiche (se non direttamente alla semplice conduzione familiare).

Il sessismo (implicito in questa visione) fu, per assurdo, anche uno dei motivi che permise però a moltissime donne, nel corso dei primi del 900, ad essere assunte in qualità di computer (venivano chiamati così coloro in grado di computare, calcolare, operazioni complesse a mente) perché oltre a possedere la pazienza (sic) necessaria per lavori estremamente ripetitivi, potevano essere pagare un decimo rispetto ad un uomo. Nel 1875 un gruppo di donne svolgeva queste mansioni ad Harvard. L’università in questione accettò per la prima volta una donna come alunna solo nel 1948.

Talvolta non è nemmeno necessaria una totale dedizione alla scienza, ma un po’ di inventiva e il desiderio di fare qualcosa per le giuste motivazioni; fu così che durante la seconda guerra mondiale l’attrice Heidy Lamarr e il compositore George Antheil inventarono un trasmettitore per l’emissione di onde radio capace di cambiare costantemente frequenza, scoperta che tutt’oggi è alla base delle moderne tecnologie del Bluetooth e del WiFi.

La NASA ha saputo riconoscere fin da subito la necessità di non discriminare i propri collaboratori in base al genere, ne sono un esempio Margaret Hamilton e Katherine Johnson, rispettivamente colei che scrisse il codice per mandare l’uomo sulla Luna e il computer umano che calcolò le varie operazioni di lancio e rientro del modulo. Il primo linguaggio accessibile di programmazione scritto in Inglese? Opera di Grace Hopper.

La lista continua, ma per questo esistono le esaustive pagine di wikipedia che vi linko a fine articolo.

Con l’avanzare del ventesimo secolo la situazione, paradossalmente, invece che migliorare, ha visto un acutizzarsi delle disparità, fino a raggiungere un picco negli anni 90.  L’estremizzazione dei ruoli e la cristallizzazione degli stessi, provocata anche da una propaganda sociale portata avanti dai sempre più presenti mezzi di comunicazione, l’allontanamento graduale delle donne da ogni sorta di impegno scientifico e una narrazione del desiderio femminile di volersi realizzare attraverso il ruolo di “principessa” e non come parte integrante del mondo del lavoro hanno rafforzato, nelle donne stesse, la convinzione di non essere in grado di poter raggiungere alcuni obiettivi, non concedendo loro nemmeno di poter sognare un futuro differente. Questo non ha ovviamente fermato il contributo delle donne a scienza e tecnologia, ma ha comunque creato un bias che ha influenzato malevolmente il processo naturale di scelta.

Negli ultimi decenni la situazione è migliorata, le iscrizioni da parte delle donne alle facoltà scientifiche sono aumentate, così come quelle degli uomini a quelle letterarie; non è infatti un danno a senso unico quello che è stato provocato, le limitazioni hanno investito l’approccio alla cultura in entrambi i sensi, allontanando i ragazzi dalle materie considerate “femminili”.

Il divario persiste, un gender gap che è stato parzialmente accorciato grazie all’accessibilità sempre maggiore delle tecnologie che ha permesso a tutti di sfidare le proprie potenzialità e realizzare che l’utilizzo del computer e i suoi misteriosi processi sono tutt’altro che fuori portata. La narrazione che ci circonda, grazie alle lotte contro il sessismo si è allentata, anche se rimane una presenza sgradevolmente costante, ma la possibilità di accedere alle informazioni permette una sempre maggiore consapevolezza del sé e delle proprie abilità.

La battaglia per demolire questi stereotipi non è ancora stata vinta, i costrutti sociali che ci circondano sono difficili da disgregare, ma stiamo riprendendo terreno e gli strumenti per combatterla al meglio sono tutti a nostra disposizione. Usiamoli.

Women in Computing

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