Liberate la stampa.

Liberate la stampa.

3 Maggio 2020 0 Di Sabrina Lugetti

Oggi si celebra la giornata mondiale per la libertà di stampa, un diritto importantissimo che, in molti paesi, viene ancora negato o soppresso.

Per darvi una maggiore consapevolezza su quanto sia un fattore chiave nella percezione della realtà, vi riporto un fatto che si presta alla perfezione in questo periodo di pandemia. Quasi precisamente 100 anni fa un’altra infezione mortale fece milioni di morti su scala mondiale, quella che viene ricordata oggi come l’influenza Spagnola.  Ho sempre creduto che il nome fosse dovuto a fattori quali un focolaio di partenza o una particolare gravità dei contagi nel paese da cui prende il nome. Ho invece scoperto di recente che è stata chiamata così perché fu la Spagna (non coinvolta nella prima guerra mondiale) a scrivere per prima di questa pandemia in quanto i suoi mezzi stampa non erano sottoposti a censura di guerra, strumento che venne usato dai paesi coinvolti nel conflitto per limitare la diffusione delle informazioni a riguardo e presentarla come un’epidemia circoscritta ai confini spagnoli.

Sembra assurdo, eppure questo tipo di censura selettiva od omissione sono tutt’ora in atto in paesi come Russia e Cina, che limitano il numero di informazioni diffuse, mettendo a rischio le chance di debellare il virus. Negli Stati Uniti alcuni media hanno volontariamente alterato la descrizione di alcuni eventi (vedi lo scandalo delle “fosse comuni” di New York) per seminare il panico, screditare alcune delle amministrazioni locali e dare supporto alle dichiarazioni (deliranti) del Presidente Trump.

Che facciamo quindi, censuriamo? Ovviamente no, ma dovremmo approcciarci ai mezzi di comunicazione con la consapevolezza di quanto essi siano uno strumento fondamentale quanto pericoloso.

L’intero impianto mediatico attuale permette una capacità di diffusione e dispersione delle informazioni come mai prima, ma questo implica anche la presenza di informazioni, false distorte, o di difficile comprensione sia sempre e comunque a portata di mano.

Recentemente in un discorso molto intenso all’ADL Never is Now l’attore Sasha Baron Cohen (che si è laureato in Storia a Cambridge) parlando della diffusione di pagine antisemite su Facebook, ha fatto un’affermazione estremamente significativa, un perfetto riassunto dello stato attuale: “Freedom of speech is not Freedom to reach” che possiamo tradurre come “La libertà di parola non costituisce libertà di visibilità”. Questo vale per tutti i messaggi ovviamente, anche quelli non legati all’informazione ufficiale, ma resta comunque una considerazione valida su come, ad oggi, grazie alla copertura dei mezzi di informazione e dei social, sia possibile far viaggiare qualsiasi messaggio, opinione e informazione virtualmente in ogni direzione, senza che essa trovi ostacoli o filtri che ne attestino l’attendibilità, mentre contestualmente trascina con se un’enorme quantità di insinuazione divenendo qualcosa di sempre più artefatto.

Esiste una deontologia professionale, un’etica, che dovrebbe guidare “la penna” del giornalista verso quella che è una corretta e veritiera diffusione delle notizie, ma troppo spesso essa viene accantonata in favore di sensazionalismi, narrazioni drammaturgiche, alla costante ricerca dello scoop che catturi l’attenzione del lettore e lo convinca ad acquistare un certo giornale, a cliccare su uno specifico articolo.

L’attuale libertà di stampa funziona più di pancia che di testa, complice in parte la mancanza di fondi e la necessità di impilare like nel tentativo di trarre un profitto il quale, troppo spesso, non viene utilizzato per stipendiare chi la penna la tiene in mano. Mi chiedo quindi come si possa pretendere discernimento e accuratezza da chi accetta (per speranza o per necessità) di lavorare per poco o nulla.

La corretta veicolazione e ricezione del messaggio dovrebbero essere la chiave della libertà di stampa, e sono esse a cui dovremmo affidarci e fare riferimento, ma la sensazione al momento è che sia l’impalcatura che sorregge il cartello a fare notizia, e non quello che sta scritto su suddetto cartello.

Rientra marginalmente in questo meccanismo la vicenda che vede protagonista Giovanna Botteri, corrispondente della Rai a Pechino. I suoi interventi in diretta da quello che è il paese d’origine dell’attuale stato pandemico non sono divenuti motivo di dibattito pubblico per via dei contenuti, ma portati alla ribalta   in quanto, a giudizio di alcuni, la giornalista ha avuto l’ardire di presentarsi in collegamento satellitare in piena notte senza l’aurea di glamour alla quale molti (scadenti) personaggi dello spettacolo ci hanno abituati, preoccupandosi di offrire un’informazione corretta piuttosto che curarsi degli aspetti più estetici della sua persona.

Non sorvoliamo sul sottolineare che se un giornalista uomo si fosse presentato alle dirette nel pieno della notte senza giacca e cravatta, non solo non avrebbe ricevuto critiche legate al suo aspetto fisico, ma forse qualcuno si sarebbe anche spinto a elogiare il suo impegno per aver messo tanta dedizione nel lavoro.

Invece il costrutto (maschilista e contraffatto) che permea la percezione dei media, ha fatto si che venisse sottratto l’elemento cardine dell’informazione, mettendo in primo piano il veicolo (una donna senza la messa in piega) e fatto sì che qualcuno ritenesse più opportuno e interessante condividere la propria opinione su un presunto oltraggio estetico che ha avuto più risonanza degli aggiornamenti sullo status della situazione cinese.

Che razza di libertà di stampa stiamo subendo se, chiunque, è messo nelle possibilità di esprimersi senza alcuna cognizione di causa su qualsivoglia argomento, al punto da arrivare a soffocare l’informazione attendibile, trasformando una delle più grandi conquiste della civiltà, in una cassa di risonanza nella quale solo chi grida più forte ha la speranza di essere recepito.

La situazione attuale scuote le fondamenta delle teorie della comunicazione, le sdradica e le scompone, fa sentire un po’ la mancanza di quel tempo in cui solo alcuni potevano accedere alle informazioni, solo pochi avevano la possibilità di condividerle e il rumore di fondo era solo un questo bisbiglio.

Se la soluzione non sta nel limitare la libertà di stampa, forse dovremmo affinare la capacità di ascolto.