Dal PRIMO CONTATTO ad Oggi.

Dal PRIMO CONTATTO ad Oggi.

5 Aprile 2020 0 Di Sabrina Lugetti

Oggi 5 aprile è un giorno che celebra un avvenimento legato ad uno dei miei argomenti preferiti, Star Trek.

Apparentemente nell’anno 2063, lo scienziato terrestre Zefram Cochcrane porterà la sua navetta a velocità curvatura, attirando l’attenzione di un’astronave vulcaniana – sì, quelli di Spock – di passaggio che decideranno di atterrare sulla Terra segnando così il primo contatto con una società aliena.

Quale momento migliore se non quello in cui siamo ognuno isolato nel proprio microcosmo, per discorrere di rottura dei confini e di barriere e di un’apertura verso il nuovo, il diverso, il futuro?

Vorrei approfittare di questa occasione per approfondire il ruolo essenziale che ha saputo ricoprire Star Trek nel corso degli ultimi 54 anni nel mostrare la figura femminile in modo non stereotipato – o almeno di provarci la maggior parte delle volte – e di quanto questo sia stato motivo di ispirazione per moltissime donne nel corso di questo mezzo secolo. Di “Primi Contatti” in questo senso la saga ne ha mostrati molti, imponendoli sullo schermo il più delle volte non sotto forma di esplicita ribellione agli schemi, ma di normale ordine delle cose. Quello che viene mostrato può contrariare il pubblico, ma difficilmente viene posto come un elemento volutamente dissonante; non c’è una critica spinta, solo la quotidianità di un futuro che, semplicemente, mostra la società per quello che dovrebbe essere, non interessata a sottolineare le diversità, quanto a coglierle e apprezzarle e a trovare i punti in comune piuttosto che a esacerbare gli attriti.

Fin dal primo episodio pilota – che venne rifiutato – il desiderio del creatore della serie Gene Roddenberry era quello di mostrare un futuro positivo, aperto, privo di pregiudizi, sessismo e facili stereotipi. In questa prima versione il ruolo del primo ufficiale, il braccio destro del capitano, viene affidato a Majel Barrett (moglie di Gene, rimarrà sia nella serie classica nei panni dell’infermiera Chapel , e in seguito ritornerà nelle serie successive  come voce del computer di bordo e nell’esuberante madre del consigliere Troi) e rappresenta anche uno dei motivi del rifiuto di produrre lo show entro certi termini. Equipaggio misto, alieni dalle orecchie a punta, donne con i pantaloni in posizioni di comando. Siamo nel 1964 e tutto questo è intollerabile! Ma è sempre una donna, la regina della comedy Lucille Ball, a finanziare questo episodio con la sua casa di produzione indipendente (la DESILU), decidendo di sostenere il progetto anche dopo il primo rifiuto e investendo in un secondo episodio pilota.

Questa volta Roddenberry si fa più subdolo, inserisce la sua quota femminile in ruoli leggermente meno di primo piano, ma abbatte diversi altri muri; la sua donna sul ponte di comando si “limita” ad apparire come ufficiale addetta alle comunicazioni ed è inoltre una afroamericana. L’occhio ottuso del produttore di turno la identifica più con una segretaria, ma il tenente Uhura è un membro dell’equipaggio a tutti gli effetti; ha un grado elevato, una posizione essenziale nel processo di interazione con i mondi alieni, anche per la sua preparazione specialistica che comprende la conoscenza approfondita di diverse lingue non terrestri. Ma per accorgersi di questo bisognerebbe guardare diversi episodi, e a quel punto la serie è già in produzione.

Ovviamente il rischio di essere cancellati e sospesi è sempre dietro l’angolo quindi l’approccio di Roddenberry è spesso sottile, non sempre perfetto. Le divise con la gonna cortissima, che molti criticano perché ritenute un’espediente troppo sexy, sono anch’esse una forma di ribellione (approvata dalle attrici stesse). In un periodo in cui la minigonna veniva ampiamente criticata, simboleggiano libertà sessuale  e, per vederla in termini attuali, dimostrano che non importa cosa si indossi per svolgere bene il proprio lavoro e che una gamba scoperta non è una scusa per attirare attenzioni non richieste da parte dei colleghi di sesso opposto.

Inoltre, in alcuni momenti si possono ammirare perfino uomini con la divisa “femminile” e donne con i pantaloni, a riprova che il confine che dovrebbe distinguere i generi in base all’apparenza è tutt’altro che primario.

Molti spesso citano, come evento cardine di rottura nella routine della tv americana, il bacio tra Kirk e Uhura come il primo interraziale nella storia. Questo non è vero, o perlomeno era già accaduto anche se in contesti diversi. Avendo fruito la serie moooolto più avanti nella storia, intorno alla metà degli anni 90, e in un contesto che non era gli USA nel pieno della rivolta per i diritti degli afroamericani condotta da Martin Luther King (che ha il merito di aver convinto Nichelle Nichols a non abbandonare il ruolo nella serie), il fulcro della scena è per me sempre stato rappresentato da un altro elemento, che si lega fortemente con uno dei temi fondamentali del movimento #metoo e in generale con la ribellione culturale messa in moto dalle donne: il consenso.

Nella costruzione della famosa scena infatti, non è solo la differenza etnica tra i due protagonisti a sfondare lo schermo, ma anche il rispetto mostrato dal Capitano Kirk nei confronti di Uhura. I due sono costretti a baciarsi perché indotti forzatamente da un’entità aliena e cercano entrambi di resistere. Ecco vorrei sottolineare questa parola ENTRAMBI. Il capitano Kirk è abbastanza celebre per essere il tipo di “marinaio” con una donna in ogni porto spaziale, ma in questo caso non è affatto contento di potersi “approfittare” della situazione. Si scusa con il suo ufficiale per quello che sta per accadere e soccombe all’azione solo dopo che lei lo autorizza in nome della mutuale sopravvivenza. La donna non è quindi un oggetto, merita rispetto, non deve essere costretta ad accettare nessun tipo di avances o dimostrazione di affetto che non desideri. Personalmente ho sempre pensato che la grandezza della scena fosse in questo e non nel colore della pelle dei due protagonisti.

Non a caso dietro a molte delle sceneggiature ed ai personaggi  femminili più complessi della serie c’è D.C. Fontana, che venne incoraggiata da Roddenberry a scrivere, promuovendo il suo ruolo a sceneggiatrice  da segretaria di produzione praticamente da subito.

Mi costringo a fare un salto al 1987 (o questo articolo potrebbe trasformarsi in un saggio) e all’uscita del secondo Spin Off della serie, ossia The Next Generation. Anche in questa serie nonostante un equipaggio prevalentemente maschile i ruoli femminili non mancano: nella prima stagione il ruolo dell’ufficiale capo della sicurezza è ricoperto da Tasha Yar, interpretata da Denise Crosby, il medico di bordo è la Dottoressa Crusher (Gates McFadden) e sul ponte di comando, a parte gli ufficiali di vario genere e razza che si susseguono, alla sinistra del Capitano Picard siede il consigliere Deanna Troi (Marina Sirtis). Anche in questo caso il suo ruolo sembra marginale: metà umana e metà betazoide ha l’abilità di avvertire le emozioni (è empatica, un tratto che sembra mancare completamente a molti esseri umani dei nostri tempi) e consiglia il capitano su come rapportarsi con le varie entità con le quali entrano in contatto.

Anche questo dettaglio sembra precorrere i tempi in modo eccezionale. Se ci si preoccupava di comunicare efficientemente con le parole nel 1966, negli anni 80/90 Roddenberry mette il punto su un altro tipo di approccio, quello emotivo. La federazione ha ormai sviluppato al meglio la tecnologia del traduttore universale, quindi (quasi sempre) capirsi non è un problema. Ma come lo stesso consigliere ci ripete più volte la comunicazione non è fatta solo di parole, soprattutto quando si viene in contatto con culture completamente diverse dalla nostra. Un gesto, un’intonazione della voce, un sorriso o un’espressione priva di emozione possono significare per ognuno qualcosa di differente. Troi è il mezzo attraverso il quale il Capitano può comunicare non solo verbalmente, ma anche emotivamente con la varietà infinita di forme di vita con cui entra in contatto, rispettando la personale sensibilità di ognuna. E’ compito di una donna, non a caso, spiegare che non basta l’educazione di base per non mancare di rispetto al prossimo, bisogna mettersi nei suoi panni e interiorizzare il suo punto di vista. Non è un ruolo marginale, se poi pensiamo che, oltre a questo, Deanna è anche il riferimento per coloro che hanno bisogno di un consiglio/consulto o supporto psicologico; rivolgersi a lei non viene additato come sintomatico di debolezza o pazzia, ma come un comportamento responsabile nei confronti di se stessi e del prossimo. In questo modo viene normalizzata la psicoterapia, pratica  e che, ancora oggi, viene invece vista con sospetto. Alla serie partecipa, in un ruolo minore e per sua stessa richiesta, anche Woopy Goldberg. Racconterà più volte che il suo desiderio di recitare divenne per lei qualcosa di tangibile quando la chiamarono in salotto per farle vedere questa serie di fantascienza che aveva una donna di colore sul ponte di comando. Se questo era possibile, allora anche lei avrebbe potuto farcela.

Siamo a metà degli anni 90 ed è tempo di cambiamenti: fa il suo debutto Deep Space Nine.

Per la prima volta non c’è un’astronave ma una stazione spaziale. Il comandante a capo è un afroamericano, al suo fianco un’aliena, Kira Nerys che non fa parte della Federazione ed ha combattuto nella guerra tra il suo pianeta, Bajor, e i Cardassiani che li hanno invasi e sottomessi. Ha un passato fatto di violenza fisica e psicologica, è stata una combattente e una ribelle. Il suo atteggiamento è tutt’altro che accomodante, le sue emozioni molto contrastanti. Nonostante i torti subiti e la rabbia che la infiamma è però il simbolo di una rivalsa, complessa e spesso fatta di eccessi. Da sopravvissuta dimostra però che, nonostante tutto, si possono accettare le diversità, trovare accordi con i propri avversari, avere amici e innamorarsi.

Nella serie appare inoltre colei che identifica per molti il primo personaggio genderfluid in un cast fisso. Sicuramente è un tentativo, ma Jadzia Dax è comunque un approccio affascinante a quelli che sono i confini del genere. Appartenente alla razza dei Trill convive con un simbionte che abita il suo corpo, dividendo la sua coscienza in un amalgama delle due: il simbionte vive molto più a lungo ed ha abitato altri corpi, anche maschili; tutti i ricordi le appartengono, ma questo non la annulla anzi la arricchisce. Nello specifico il comandante Sisko ha conosciuto un precedente ospite del simbionte ed è solito apostrofare come “Vecchio Mio” Jadzia. Anche in questo caso il cast rimane principalmente al maschile, ma non mancano i personaggi femminili ricorrenti in posizioni di comando e, tra quelli secondari, una menzione d’onore va a Leeta, una delle ragazze impiegate come “ragazze immagine” al tavolo del  Dabo, un gioco d’azzardo simile alla roulette, che si emancipa dal ruolo di donna sfruttata per il suo aspetto (siamo nel futuro, ma ovviamente non tutti gli alieni presenti sono socialmente politically correct, non a caso) e crea un sindacato per difendere i diritti delle proprie colleghe. Ci sarebbe da scriverne per ore ma…

…saltiamo a Voyager! Anno 1995, TNG si è appena conclusa, DS9 è ancora in corso ed è tempo di nuove rivoluzioni. La Voyager è un’astronave è il suo capitano è Kathryn Janeway. Apriti cielo. La notizia non viene presa affatto bene, nemmeno dai fan della serie, perché una donna al comando di tutta un’astronave è impensabile, quindi gli sceneggiatori decidono di “alleggerire” la situazione mettendo una donna nei panni di Ingegnere Capo, la mezza Klingon B’elanna Torres. Al cast sul ponte di comando ben presto si aggiunge un’altra quota femminile, Sette di Nove, una Borg che viene scollegata dal collettivo (se vi spiego i Borg finiamo dopodomani, andate su Wikipedia) e diventa un elemento fondamentale dell’equipaggio, soprattutto grazie alle sue abilità in campo tecnologico e scientifico.

Vorrei sottolineare, nuovamente come ognuno di questi personaggi femminili non venga mai presentato (se non quando si tratta di specifici episodi della vita personale) come una sorta di caso eccezionale, di evento di cui sorprendersi e da ammirare in funzione del proprio genere di appartenenza. Nessuno (se non il pubblico) mette in questione le abilità scientifiche, la capacità di comandare, l’utilità del ruolo. Le donne in Star Trek esistono come dovrebbero, semplicemente in veste di esseri, umani o alieni, in grado di coprire qualsiasi ruolo e di apprendere qualsiasi nozione.

Salto a piè pari Enterprise. Perché? Ammetto di non averla mai vista, non mi ha intrigato e quindi non saprei cosa scrivere. Salto anche i film. Salto direttamente ad una delle ultime due serie uscite: Discovery.

La prima oltre alle numerose polemiche riguardanti la posizione cronologica che va ad occupare nella continuity, è stata aspramente criticata per la scelta di dare il ruolo di protagonista ad un ufficiale secondario, interpretato da Sonequa Martin Green, donna e afroamericana, e per aver presentato un cast in cui la fanno da padrone la multiculturalità, la quota femminile preponderante, la presenza di personaggi apertamente LGBTQI+, con disabilità, neurodivergenze etc.

Ebbene, personalmente, non mi aspettavo niente di meno, ma devo ammettere, in tutta onestà, di esserne rimasta momentaneamente sopraffatta.  Abbiamo dovuto aspettare il 2017 per avere un ponte di comando veramente misto, scatenando per giunta l’ira di una fetta di pubblico maschile che ha sentito la mancanza della propria quota di maggioranza.

In questo show la forza e la fragilità dell’essere umano vengono mostrate senza filtri, apertamente, e non vi è ragione di distinguere tra i sessi. L’emancipazione è stata completata, almeno sullo schermo e, di conseguenza rimane ben poco da dire.

Ci sono voluti 54 anni ma, un poco alla volta, anche sbagliando, ma sempre continuando ad avanzare,  Star Trek ci ha condotti verso un tipologia molto speciale di Primo Contatto; quello con la consapevolezza che siamo tutti solo “esseri umani”.